A volte la nostra vita può essere migliorata da quello che abbiamo sotto gli occhi e non vediamo, talvolta geni come Claude Monet – aspetto bonario da Papà Noel, barba a lenzuolo, sguardo penetrante ci svelano aspetti che stimolano il rapporto con il nostro vissuto.
Le venti tele ad olio esposte a Milano nel Palazzo Reale, finalmente restaurato, si legano all’arte giapponese, alla quale Monet s’ispirò, attraverso le xilografie di Hokusai, Hiroshige ed altri e le stampe all’albumina colorate manualmente. Ci conducono dove la natura prevale sull’uomo in tutta la sua indescrivibile bellezza.
Attenzione, non la beltà effimera e voyeuristica del villeggiante che si bea inconsapevolmente di effetti cromatici passeggiando nei toni del viola, giallo, azzurro, rosa, verde, godendo del rigoglio prorompente della natura lacustre, formata negli stagni grazie alla deviazione fluviale fortemente voluta e infine concessa dal governo francese.
In quell’Eden terreste, Giverny, dove Claude Monet ebbe la fortuna di trascorrere sino a tarda età (perì nel ’26) molti anni di vita produttiva e serena a bordo dell’imbarcazione diventata mitica.
Clemenceau, suo grande amico, considera i contenuti dell’opera pittorica del nostro da un pannello della mostra” Io sono attratto dalla bellezza in quanto tale, fiori, piante, sono belli e restano tali. Tu, al contrario, osservi i dall’interno, la natura attraverso il tuo sguardo attento riesce ad estrinsecarsi e a comunicare a chi guarda sensazioni ed emozioni altrimenti inesprimibili”
Le parole sono altre ma resta il concetto.
Monet risponde all’amico
“in me è subentrata quella che posso definire un’ossessione. Prima mi dedicavo al giardinaggio per il gusto di godere di tanti bei fiori (soprattutto le amate ninfee, i fior di loto e tutta quella flora che appartiene alla tradizione giapponese). Poi ho iniziato ad osservare ed ho cercato di farli comunicare. Il colore è diventato un’ossessione, perfino in presenza della morte (la perdita della cara moglie) mi sono reso conto che osservavo quelle tempie che sfumavano dal giallo al grigio e verso qualcos’altro ancora”
Un’ossessione che ci regala attimi di intensa partecipazione immergendoci nelle grandi tele ( benché non le più estese. Le grandi ninfee le rammento, appena ventenne, quando erano esposte al Jeu de Pommes di Parigi .Ricordo che di fronte alle tele che occupavano intere pareti ovoidali sperimentai un’emozione così intensa che mi fece comprendere il significato di “sindrome di Stendahl”)
Attorno ai quadri , le piccole xilografie ci illuminano sui contenuti , nello splendore del dettaglio in forma di fiaba ,legandosi indissolubilmente al geniale impressionista che gioca con la luce.
“nel mio giardino il vento fa ondeggiare i glicini in fiore.I passanti si fermano ad osservarli producendo in questo andirivieni, anch’essi ,un’onda”
Un’altra onda in forma xilografica, la celebre onda di Hokusai (scambiata per uno tsunami), che inquadra il vulcano Fuji ci sorride incisiva e spumeggiante ( pericolosa!) dalla parete .
Fuori una fila composta attende l’ingresso a scaglioni in mezzo al chiasso prodotto dall’arrivo del Giro d’Italia in tappa a Milano. Una fatica ben ricompensata.
Dentro, il Paradiso attende.